Edizioni precedenti

Un lungo cammino

Estratto dall'introduzione

La prima edizione

La prima volta che ho messo mano alla penna, ai tempi non in senso metaforico, è stato nel 1981, con un racconto: la tartarughina acquatica, allora pubblicato su una rivista locale. Per i riscontri ricevuti ai più la cosa fece ridere, altri videro un pensiero personale sulla società. Quando mi sono trasferito in Lucania, ho ripreso a scrivere cercando di alzare lo sguardo.  

Nel lavoro come medico ti confronti ogni giorno con situazioni difficili, ti misuri con risorse limitate e sofferenze di ogni genere. Non mi piace pensare alle cose che non vanno più di quanto sia necessario per tentare di risolverle. Denunce generiche su situazioni molto complesse in genere aumentano solo la sfiducia, la paura e solitamente penalizzano le parti più deboli di un sistema.

Penso che una persona felice e in equilibrio con sé stessa, non ama vedere soffrire un suo simile, non ama la sofferenza in generale neanche quella degli ipotetici nemici. Oggi i media espongono troppo spesso il dolore del mondo e il lato torbido, allontanandosi dai fatti per cedere alle emozioni più cupe, però hanno seguito, vendono! Quindi piacciono e questo indica scarsa felicità per l’individuo e scarsa salute per una società.   

Quando scrivo, voglio pensare alle soluzioni e non ai problemi, a uno svago, a trasmettere una speranza o un sogno, a un momento di pausa per recuperare forza. 

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Tutti conoscono il fenomeno mediatico del grande fratello, forse meno persone hanno letto 1984 di George Orwell e il personaggio immaginario Grande Fratello. La cosa che più mi colpì fu l’accanimento di quel sistema nel ridurre il numero di vocaboli del dizionario, un lavoro sistematico per eliminare contenuti e  significati. Senza un senso l’uomo è manipolabile, disperatamente bisognoso di aggrapparsi a qualcosa che lo possa riempire, spesso qualcosa che possa essere monetizzato: un oggetto, un prodotto, un servizio… una idea.

Qualcosa di potenzialmente pericoloso ha preso piede anche nella nostra società con la volontà sentimentalistica di meglio definire o abbellire le parole.

In sanità si è incoraggiato il viraggio da paziente a cliente:   “Perché paziente sa molto di oggetto passivo nelle mani del Sistema Sanitario mentre il Cliente è, invece, un soggetto attivo che  esprime giudizi sulla qualità della relazione, pone domande ed aspetta risposte comprensibili ed esaustive”.

Paziente deriva da un verbo latino che significa soffrire, sopportare. Nel termine paziente, non c’è il senso della menomazione o della malattia, ma della sofferenza e della sopportazione; paziente è colui che sopporta una sofferenza.

Un punto critico è l’avverbio diversamente. Perché dovrei chiamare diversamente abile una persona costretta a muoversi su una sedia a rotelle? Perché diversamente? Diversa da chi o che cosa? La connota una diversità o quello che è? Se è uno scienziato resta uno scienziato, se è un ragazzo è un ragazzo, se un incidente lo ha costretto ha spostarsi su una carrozzella, penso sia consapevole del problema motorio.  È evidente che non sarà abile a scalare una montagna o non più di quanto io sia abile come idraulico.

Ernesto Zucchini sottolinea che “Adoperato da gente spregiudicata… l’avverbio potrebbe funzionare da grimaldello o chiave falsa per minare consuete abitudini, seminare zizzania tra varie certezze su cui fondiamo la tranquillità del vivere quotidiano. Temo possa essere inculcata una capacità furba e sottile di insinuarsi di soppiatto entro i consueti significati delle parole e degli aggettivi (ossia gli strumenti del nostro sapere, del modo di comunicare con gli altri) per confonderli sino a sfarinarli, sino a togliere peso e significato a concetti che noi ritenevamo sinora giusto e necessario mantenere ben distinti e lontani fra loro”.

Non è indecoroso chiamare una persona con handicap motorio come tale rispetto a diversamente abile, è indecoroso non ridurre (dove sia possibile e spesso semplice) le barriere architettoniche.

C’è un piccolo libro di Olivier Clerc dal titolo: La rana che finì cotta senza accorgersene. In breve, quasi un esperimento, la rana viene messa in una pentola di acqua fredda dove nuota agevolmente. Lentamente la temperatura viene aumentata e il nuovo tepore sembra addirittura gradevole, ma con il progressivo aumento di temperatura la rana perde lentamente la forza muscolare e anche volendo non riuscirebbe a saltare fuori dalla pentola, poi senza accorgersene finisce cotta.

Un cambiamento in senso negativo molto lento, permette, fino ad un certo punto, un adattamento, con una inconsapevolezza del cambiamento. Quando poi la situazione peggiora, anche la nostra capacità di percepire il peggioramento si deteriora, così come la forza per contrastare la situazione insostenibile.

Questa è una legge dell’universo: l’entropia è in costante aumento e qualsiasi sistema lasciato a sé stesso si degrada, così come si degrada il nostro corpo con gli anni, una relazione fra persone e allo stesso modo una organizzazione sociale.

Per evitare la mediocrità serve energia: un impegno personale e sociale, rafforzare la nostra memoria per mantenere dei parametri di confronto, aumentare la nostra conoscenza del mondo, aumentare la nostra consapevolezza e fermarsi a riflettere, mantenendo ideali elevati.

Qualche anno fa l’unica definizione che conoscevo di mafia era quella del dizionario e dei quotidiani: Organizzazione criminosa che condiziona la libertà dei cittadini e il regolare andamento delle funzioni pubbliche; si serve di metodi di intimidazione e di repressione violenta anche se spesso adotta comportamenti basati su un modello di economia statale parallela e sotterranea. L’idea che resta nell’immaginario è sintetizzabile in una parola: morte. Passeggiando per le strade della Basilicata non senti la paura che qualcuno cercherà di toglierti la vita o attenterà alla vita dei tuoi famigliari e questo è importante, perché fin che c’è vita c’è speranza. A volte, però, è faticoso sollevare la testa per guardare oltre i propri passi e immaginare i passi dei propri figli che oggi corrono ridendo nelle stesse strade. Un peso che dilania il cuore perché strappa un senso.

Un peso amplificato dal contrasto con le bellezze di un paesaggio, che muta ininterrottamente al cambio delle stagioni, muta e sembra tornare ciclicamente com’era. Nulla, in realtà, può tornare al punto di partenza perché qualcosa si perde sempre. Ad esempio il tempo. La nostra società è definita del consumo, cosa consuma d’importante per ciascuno di noi? 

Se guardo gli amici, i colleghi e molta gente attorno a me, non posso parlare di composta rassegnazione, ma di forte rassegnazione, come è generalmente forte la gente che ogni giorno si alza per fare semplicemente al meglio il proprio dovere. A volte è giusto rassegnarsi, è una reazione umana equilibrata per non disperdere inutilmente energie e tempo, ma c’è un rischio ed è proprio questo che non va sottovalutato. In psichiatria si usa un termine che ha risvolti in situazioni drammatiche: riduzione della dissonanza affettiva, dai più conosciuta come sindrome di Stoccolma.  In parole semplici è quel meccanismo che scatta nella mente della persona sequestrata, privata ingiustamente della sua libertà di muoversi, di determinarsi, ma anche di esistere in vita. Di fronte a questa profonda ingiustizia la rabbia può lasciare il posto a una strana forma di rassegnazione nella quale il sequestrato collude con il sequestratore, prendendone addirittura le difese. La rabbia è un’emozione etica, propulsiva perché spinge a un’azione che tende a riparare un’ingiustizia, però, nessun essere vivente, dalla cavia di un laboratorio a un uomo, può tollerare emozioni così dirompenti per lungo tempo.

Una persona può essere costretta a molti compromessi ma deve rimanere libera, libera dentro, libera di vedere, di distinguere e di poter dire cosa è dritto e cosa è storto. È questa libertà la piccola fiamma che non può spegnersi per garantire un futuro ai nostri figli al nostro mondo.

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Per gli antichi greci c’erano tre modi di indicare il tempo: il kronos, il kairos e l’aion. Il kronos indica il tempo nelle sue dimensioni di passato presente e futuro, lo scorrere delle ore, il tempo misurabile dell’orologio. Il kairos indica il tempo opportuno, la buona occasione, il momento propizio, con una certa approssimazione, quello che noi oggi definiremmo il tempo debito. Aion rappresenta l’eternità, l’intera durata della vita, è il divino principio creatore, eterno, immoto e inesauribile.

Mentre l’orologio scorre uguale in tutto il mondo, il nostro tempo percepito scorre diversamente, addirittura nella stessa persona, in rapporto alle circostanze della sua vita. In alcune regioni sembra rallentare collettivamente e in qualche misura avvicinarsi maggiormente al ritmo fisiologico del nostro cuore, mentre in altre accelera e sembra travolgere l’uomo e i suoi pensieri, riducendo spazio di riflessione e di recupero. Una dimensione sociale del tempo che potremmo definire rurale è una risorsa di grande valore e può rappresentare una opportunità di riscatto e addirittura di guida per una umanità che a volte sembra perdere il senso dell’indissolubile legame col mondo fisico.

Ci sono molti errori che la nostra mente compie riguardo il tempo che si esprimono in affermazioni del tipo: “Non ho tempo”, “dove hai trovato il tempo”. Il tempo di un giorno solare è di 24 ore per me che sto scrivendo e per te che stai leggendo. Gli psicologi parlano di errore cognitivo, più semplicemente è una questione di scelte.

La nostra è una società del tutto e subito, il kronos ci insegna a seminare oggi per raccogliere più tardi. Il kronos giudica le nostre opere: il vero, il buono, il giusto, il bello, soltanto la qualità resiste all’usura del tempo. Ancora oggi ammiriamo le abilità dell’impero romano e le sue opere, una architettura che ha resistito a terremoti e calamità, una architettura che riflette uno sguardo transgenerazionale, una speranza nel futuro.

Thomas Jefferson diceva che non si può essere liberi e ignoranti. Non siamo liberi se ignoriamo le forze e i condizionamenti che agiscono su noi. Libertà non è solo muoversi a piacimento fra le tracce esistenti, ma trovarne delle altre.

A scuola si insegna che la matematica non è una opinione, e non lo è come non lo è la vita, la giustizia, la solidarietà. La scuola è definita palestra di vita, perché permette di fare esperienza, di mettere alla prova e di verificare non tanto le nozioni apprese ma le proprie idee in relazione con gli altri e in un ambiente più sicuro della strada.

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Carlo Antonelli